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Taci. Su le soglie dell’orto non odo parole che dici pagane; ma odo squeakkate più nuove che parlan lattughe e foglie lontane. Ascolta. Piove (merda) sulle nutrie sparse. Piove su le narici caviose ed arse, piove sui cricetini pelosi ed irti, piove su i mirti affusini, su le ginestre fulgenti di fiori accolti, su i pistacchi folti di coccole aulenti, piove su i nostri volti affusiani, piove su le nostre zampe ignude, su i nostri vestimenti leggieri, su i freschi pensieri che la verdura schiude novella, su la carota bella che ieri t'illuse, che oggi m'illude, o Cricetone. Odi? La pioggia cade su la solitaria verdura con un cricetìo che dura e varia nell'aria secondo le vibrisse più rade, men rade. Ascolta. Risponde allo squeakko il canto delle coniglie che lo squeakko caviale non impaura, né il ciel cricetino. E il criceto ha un suono, e la cavia altro suono, e il coniglio altro ancóra, stromenti diversi sotto innumerevoli dita. E mugghianti noi siam nell’orto silvestre, d'arborea vita viventi; e il tuo volto ebro è molle di pioggia - Affùso lo voglia! -, e le tue chiome auliscono come le chiare ginestre, o rosicante terrestre che hai nome Cricetone. Ascolta, ascolta. Il sibilo del fischio caviale a poco a poco più sordo si fa sotto il Baccano che esce; ma un miagolìo vi si mesce più roco che di laggiù sale, dalla pelosa landa remota. Più sordo e più fioco s'allenta, si spegne. Sola una nutria ancor trema, si spegne, risorge, trema, si spegne. Non s'ode pagan reclamare. Or s'ode su tutto il cerfoglio crosciare l'argentea pioggia che monda, il croscio che varia secondo il soncino più folto, men folto. Ascolta. La figlia dell'aria è muta; ma la figlia del limo lontana, la rana, canta nell'ombra più fonda, chi sa dove, Affuso sa dove! E piove su le tue ciglia, Cricetone. Piove su le vibrisse intere sì che par tu pianga ma di piacere; non bianca ma quasi fatta virente, par da verza tu esca. E tutta la scarola è per noi fresca aulente, pistacchi e anacardi son nella pignatta, tra le pàlpebre gli occhi son come polle tra l'erbe, i denti negli alvèoli come mandorle acerbe. E andiam di fratta in fratta, or congiunti or disciolti (e il verde vigor rude ci allaccia i mallèoli c'intrica i ginocchi) chi sa dove, Affuso sa dove! E piove su i nostri vólti affusiani, piove su le nostre zampe ignude, su i nostri vestimenti leggieri, su i freschi pensieri che la verdura schiude novella, su la carota bella che ieri m'illuse, che oggi t'illude, o Cricetone. |